Antonio Vigilante - Rima rerum .

La tensione delle cose e delle parole

Ci sono parole che raccolgo e porto con me, come un talismano o come un interrogativo, e non so cosa sia che mi spinge a conservarle, o perché le chiami poesia. Ma so, sempre, con immediata sicurezza, riconoscerle: quelle, e non altre.
Così è stato con Rima rerum di Antonio Vigilante (Edizioni del Rosone, Foggia 2008): un riconoscimento immediato di parole importanti, da portare con me - di parole intense e pesanti tanto da affondare dentro di me, abitare la mia immaginazione e riaffiorare come mio proprio sguardo sul mondo.
E, come sempre mi accade, ho voluto parlarne, perché quando amo qualcosa ho bisogno di condividerla, ma tutto quel che sapevo e volevo fare era ripetere versi o frammenti di verso, come questi:

c'è ancora da camminare
la strada è lunga e sul ciglio ci sono gli asfodeli
e vedrai che parlando prenderemo colore.

E in fondo, non c'è veramente bisogno di altro.
O non ce ne sarebbe, se queste tre righe così belle e quiete, che spesso ripeto fra me, bastassero a raccontare Rima rerum. Ma non bastano affatto. Ne sono forse un approdo, o forse sono soltanto una radura in cui trovare un raro riposo, come la terra sognata e silenziosa di

Sogno a volte una terra di betulle
stupita d’erba e d’innocenza
una terra di case dal tetto di frasche
con vaste macerie d’un regno di giganti
e serene montagne in lontananza.
Sogno una terra di silenzio, a volte.

Ma sono radure in un sentiero di cardi: Rima rerum è anche, e anzi è molto più spesso una violenta ribellione, un cammino aspro e doloroso - e io amo profondamente, di questo libro, tanto la quiete e la dolcezza che raramente ne traspirano quanto la rabbia e la ribellione che lo conducono -

La mia rabbia, dottore,
non è una cosa che si possa dire
con le parole scritte nei suoi libri.
Forse perché io stessa ho bisogno di parole che dicano anche per me la mia rabbia, e perché è anche la mia casa, la mia disciplina la casa ferita nella terra di febbraio, che non ha tetto, né consolazione.

Rima rerum si apre con un Varco. Tutte le cose e tutte le parole, vi si dice (con Qohelet 1,8 e la sua impossibile traduzione), sono in travaglio, faticose, difficili, fatigantur, fessa fiunt (parole che, osservo, dal travaglio alla spaccatura, rinviano anche alla generazione e al parto. Tutte le cose sono generate nel dolore). Tutte le cose, tutte le parole sono spaccate. Tutte le cose, tutte le parole sono aperte. La parola latina rima – anch’essa fessa, spaccata – può indicare questa essenziale apertura, questa spaccatura delle cose che si manifesta all’uomo che parla nell’assemblea. (Nell'assemblea, osservo e sottolineo, ma lo capirò più tardi).
In Varco si dice anche: che ogni cosa sia aperta, fessa, spaccata non è annuncio di sofferenza, né di gioia. Ma questo non è vero, o lo sarà solo dopo, o soltanto a tratti, per l’uomo aperto, nell’apertura delle cose. Intanto, però Rima rerum è una tensione che solo raramente trova quiete, la spaccatura è quasi sempre crepa, fessura che lascia intravvedere il disagio, la violenza e il dolore, il male che insidia ogni essere, il fatto intollerabile dell’assenza
Non tolleriamo l’assenza. Questo è certo.
Qualunque cosa sia successa è certo
che noi non accettiamo alcuna assenza.

Ecco: Rima rerum è un libro che innanzitutto fa anche di te che leggi una cosa o una parola in travaglio, spaccata, faticosa, difficile, ti costringe a reggere insieme all’autore la tensione delle cose e delle parole, a portartela dentro, a seguire un cammino scabro, aspro e doloroso che non ammette rettorica o tregue a buon mercato, e va fino in fondo und sonst gar nichts (se tu ora non mi soccorri, / dandomi ancora un po’ del tuo dolore / sarà stato nulla, tutto meno di nulla) - e forse, giunti fino in fondo, dopo avere non perduto, ma gettato via il nome, il volto, la parola e i pronomi possessivi, ti conduce a raggiungere o a ritrovare l'apertura, gli asfodeli, e la terra di dentro

vorrei dirti tenendoti i seni
della terra di dentro, della terra
liberata dal male e dal dolore, della terra
in cui ognuno ha il nome suo più vero.

Simona Ferlini

Un nuovo poeta maledetto

Potremmo definire Antonio Vigilante un poeta maledetto dei giorni nostri, consapevole della malattia dell'essere, in cui fin dalle sue origini già si cela la promessa di dissoluzione. Esseri senza storia andiamo senza speranza di comprendere le opere di dio, tutto quello che accade sotto il sole, e chi sostiene di essere sapiente è più smarrito degli altri. Per Leopardi era dolce naufragare nel mare dell'infinito che immaginava al di là della siepe, limite oltre il quale non si vedeva nulla, per Vigilante non resta che essere lucidamente kantiani e andare oltre, altrove da intellettuale disarmato senza neppure il dantiano conforto di un Lapo o di un Guido. La sua solitudine è senza illusione, la stessa della nascita quando la terra si schiude su di noi come una madre e da quel momento siamo al mondo e non apparteniamo a nessun amore, come esso stesso non appartiene a nessuno. Sarà questa la ragione del temere di andare? Del voler indugiare in un mattino che resiste al giorno? Nasciamo senza volerlo e siamo uomini primi ed ultimi e forse solo fuori dalla vita ci è dato di sentire la febbre del sole. Un sole chiuso in una rete che ci esclude dalla sua gioia, la cui immagine ci viene donata dai solicelli, girasoli di montaliana memoria. Per l'uomo di Vigilante non c'è felicità perchè non accettiamo l'assenza, ci diamo un nome come a tutte le cose ma non siamo in grado di colmarne il vuoto, perchè le parole sono altrettanto vuote. Tuttavia da gente "buona" possiamo sognare la felicità di domani in braccio al dolore di ieri senza aver vissuto mai senza colpa (non era Gesù che diceva " chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra?"). All'uomo non resta che andare domandandosene il perchè, e lungo il suo cammino esistenziale raccogliere una pietra che sembra dargli la consistenza dell'essere con i suoi ricordi ma è soltanto l'inizio, l'apertura delle cose e non può che lanciarla nell'incertezza del mondo e lasciarla rotolare per caso verso un senso possibile ma inafferrabile delle cose. E solamente quando saremo diventati puri come le lumache della terra, nudi e senza nome, quando avremo abbandonato il trono dell'io ritroveremo la strada dell'est, dove nasce il sole che ci apparirà finalmente libero (senza la rete separatrice). Allora la filosofia di Vigilante trova la strada, dunque il senso delle cose e delle parole fuori dal mondo che la vita ci lascia attraversare. E pur non essendo in vita puri e senza macchia si può scegliere di condurre un'esistenza a forare bottoni, apparentemente insensata eppure migliore di quella vissuta tra milioni di cadaveri.
 Il pessimismo di Vigilante che sostituisce il binomio pirandelliano vita-forma con nome-forma sembra indicare una possibile soluzione seppure non positiva  sempre meno negativa nella scelta di non uccidere la vita ma di lasciarla  rotolare come la pietra che ci aveva indicato la via per cominciare il viaggio della conoscenza - non-conoscenza ( io sono!). Non resta a noi lettori di ruma rerum che lasciarci affascinare dalla lucidità di una filisofica poesia che traduce bene, in uno stile altrettanto  lucido, l'umiltà di un pensatore-poeta tesa a tutelare la dignitosa onestà di essere  intellettuali, anche a costo di avere il vuoto intorno: meglio un vuoto pieno piuttosto che un pieno vuoto...                     
 

 Antonietta Ursitti  

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